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[ Data: 22/03/2010 - Autore: Staff Promemoria ]

LA MEMORIA


Memoria...memoria...
Perché la memoria si chiama proprio così?
Deriva dal nome della dea greca Mnemosine, madre di tutte le Muse, generatrice di creatività e conoscenza. Questo è il motivo per cui fin dall’antichità la padronanza della memoria veniva considerata segno di cultura e di vivace intelligenza.

Ma cos’è effettivamente la memoria? Sembrerebbe facile darne una definizione, ma se ci soffermiamo un attimo in più a rifletterci forse la risposta non è così tanto immediata.
Per gli addetti ai lavori non sono infatti ancora del tutto noti i meccanismi che ne rendono possibile il funzionamento e i fattori che la favoriscono o la ostacolano. Cercheremo qui di dare una panoramica esaustiva sugli esperimenti e di conseguenza i mutamenti di concezione che hanno interessato il concetto di “memoria” durante gli anni.

1) Memoria influenzata da schemi
La memoria è un’unità indipendente oppure viene influenzata dai nostri schemi sociali, abitudini, usanze?


Qui ci vengono in aiuto gli esperimenti di Sir Frederic Bartlett (1886 - 1969). Fu professore di psicologia sperimentale all'Università di Cambridge dal 1931. La sua più importante e significativa opera fu Remembering (1932), che esamina l'influenza dei fattori sociali nella memoria in un ambiente sperimentale. Invece delle tradizionali sillabe prive di senso, Bartlett utilizzò materiali "significanti" per studiare gli effetti dell'esperienza passata sull'assimilazione di materiali. Mostrò come gli individui, invece di riprodurre meramente i materiali, li rielaboravano alla luce della loro passata esperienza. La nozione di schema o modello concettuale deve la propria esistenza a Bartlett.

Vi proponiamo qui di seguito lo stralcio che Bartlett soleva somministrare ai suoi soggetti sperimentali per verificare le sue teorie su come gli schemi personali influenzassero i ricordi:

“La guerra degli spettri”

Frederic Bartlett, (1932). Remembering. Cambridge: Cambridge University Press.

Una sera, due giovani di Egulac discesero il fiume per cacciare foche, e mentre stavano lì si fece nebbioso e calmo. Udirono grida di guerra, e pensarono: "Forse è una spedizione guerresca". Fuggirono sulla spiaggia, e si nascosero dietro ad un tronco. Tosto sopravvenivano delle canoe, ed essi udivano il fruscio delle pagaie, e videro una canoa che si dirigeva verso di loro. C'erano cinque uomini nella canoa, e dissero: "Che ve ne pare? Vogliamo portarvi con noi per combattere con certa gente". Disse un giovane: "Non ho frecce". "Le frecce stanno nella canoa", risposero. "Non verrò. Potrei restare ucciso. I miei genitori non sanno dove sono andato. Ma tu", soggiunse volgendosi al compagno, "puoi andar con loro". Così un giovane andò, mentre l'altro rincasò. Ed i guerrieri percorsero il fiume fino ad una città sull'altro lato di Kalama.

Quelli del posto corsero verso l'acqua, ed iniziarono a combattere, e molti furono uccisi. Ma ad un certo punto il giovane udì uno dei guerrieri che diceva: "Presto, ritorniamo, quell'indiano è stato colpito". Allora pensò: "Oh, sono spettri". Non si sentiva male, ma dicevano che egli era stato colpito. Così le canoe fecero ritorno ad Egulac, ed il giovane sbarcò a casa sua, ed accese un fuoco. E diceva a tutti: "State a sentire, ho accompagnato i fantasmi, e combattemmo. Molti dei nostri, e molti degli avversari, caddero. Dicevano che io sono stato colpito, però sto benissimo." Finì il suo racconto, poi tacque. Al sorgere del sole si sentì giù. Qualcosa di nero uscì dalla sua bocca. La sua faccia si contorse. Tutti balzarono in piedi gridando. Era morto.

Come avrete notato, questa è una leggenda indiana. Ebbene quando la storia veniva sottoposta a studenti europei, il risultato era che, alla rievocazione, i ricordi venivano distorti secondo i propri schemi “locali” (così, ad esempio la caccia alle foche diventava “pesca”, le canoe diventavano “barche”, le pagaie si trasformavano in “remi”).

È un pò come se le informazioni da memorizzare fossero passate al setaccio dei nostri schemi e modi abituali di pensare: quello che è troppo lontano dalla nostra forma mentis viene eliminato oppure distorto.

(estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_degli_Spettri")


2) Memoria & distrazione


Come dimostrano gli esperimenti condotti nel 1959 dai Peterson, una distrazione immediatamente dopo l’acquisizione di un’informazione ne impedisce la memorizzazione. Ad esempio se ad una festa ci presentano più persone contemporaneamente, è molto improbabile (se non abbiamo frequentato il corso ProMemoria) che riusciamo a ricordare tutti i nomi perché non abbiamo avuto sufficiente tempo per fissarli. Al contrario, se ci presentano le varie persone a distanza di qualche minuto, la nostra performance sarà decisamente migliore.


3) Repetita juvant… o no?


Secondo una delle prime teorie sulla memoria, il materiale memorizzato incide letteralmente un solco nel nostro cervello, la cosiddetta traccia mnestica, tanto più profonda ed indelebile, quanto più viene ripetuta. Ciò venne dimostrato già nel 1855 da Ebbinghaus, il primo pioniere degli studi sulla memoria.
Tuttavia ciò non è sempre vero: secondo F. Craik e M. Watkins esistono due tipi di ripetizione: la ripetizione di mantenimento e la ripetizione elaborativa. Il primo tipo consente solo il mantenimento delle informazioni nella memoria a breve termine e consiste nel ripetere il materiale in maniera pedissequa, ma senza veramente pensarci. Il secondo tipo invece consente di creare delle connessioni all’interno del nostro magazzino di memoria, permettendoci così di conservare l’informazione meglio e più a lungo.
Da queste premesse derivano poi le conclusioni di Craik e Lockhart che nel 1972 misero a punto la loro teoria della profondità dell’elaborazione secondo la quale a livelli di elaborazione maggiore corrispondono livelli di memorizzazione migliori.

4) Memoria ed emozioni...
ovvero “…il primo amore non si scorda mai…”


Qual è il ruolo delle emozioni all’interno del processo di memorizzazione? È stato dimostrato (Christianson & Loftus) che materiale emotivamente significativo viene ricordato meglio del materiale neutro. È questo il motivo per cui eventi o molto positivi o molto negativi vengono memorizzati più facilmente, ad esempio, rispetto a cosa abbiamo mangiato a colazione!
N.B.: nel caso in cui l’evento negativo sia veramente troppo difficile da rievocare , però, si può verificare anche il processo opposto, noto in psicologia come “rimozione” : la nostra mente ci fa completamente dimenticare l’evento per noi doloroso in modo da proteggerci da una sofferenza troppo grande.

5) Memoria & strategie
...come aumentare il rendimento…


Uno dei trucchi per aumentare le prestazioni mnemoniche consiste nel raggruppamento (chunking). Si mettono insieme in un unico costrutto informazioni isolate. Questo è un metodo molto utilizzato dai giocatori di scacchi che ricordano i pezzi non singolarmente bensì secondo configurazioni di più pezzi. Basti pensare che se memorizziamo un numero di telefono è più facile ricordarlo a gruppi di due o tre numeri piuttosto che un numero alla volta!

Un altro valido aiuto alla memorizzazione ci viene dalle teorie di Allan Paivio che sosteneva che le informazioni potessero essere depositate nella MLT (memoria a lungo termine) tramite due codici: uno linguistico (specializzato per le informazioni verbali) e uno visivo (che memorizza scene ed oggetti osservati). L’ottimizzazione della resa mnemonica si ha quando si convertono le informazioni verbali in visive non perché la resa del canale visivo sia migliore ma semplicemente perché così facendo si ha a disposizione un duplice canale (visivo e verbale).

Su questa premessa si basano le mnemotecniche per l’apprendimento delle lingue straniere. Se la parola da memorizzare è glass, che in inglese significa bicchiere, basta visualizzare un bicchiere ricoperto di glassa per associare la parola inglese alla relativa traduzione italiana. In questo modo, inconsapevolmente, abbiamo applicato il principio di Paivio: abbiamo associato alla parola glass (codice verbale) un’immagine, la glassa (codice visivo) che ci rimanda alla traduzione in lingua straniera della parola da memorizzare.

Se avrete avuto il tempo e la pazienza di leggere tutto l’articolo avrete capito come questo lavoro non voglia essere un presuntuoso tentativo di riassumere tutto ciò che è stato detto sulla memoria, ma spera di fornire una visione il più possibile esaustiva, pur rimanendo accessibile a tutti, su questo affascinantissimo e vasto campo chiamato Memoria.

Floriana Pagliano




BIBLIOGRAFIA

H. Ebbinghaus (1885) Über das Gedchtnis - later translated to English as Memory. A Contribution to Experimental Psychology

Bartlett, F. C. (1932) Remembering: A Study in Experimental and Social Psychology. Cambridge: Cambridge University Press.

Peterson, L.R., & Peterson, M.J. (1959). Short-term retention of individual verbal items. Journal of Experimental Psychology, 58, 193-198

Paivio, A. (1971). Imagery and Verbal Processes. New York: Holt, Rinehart & Winston

Craik, F. & Lockhart, R. (1972). Levels of processing: A framework for memory research. Journal of Verbal Learning & Verbal Behavior, 11, 671-684

Craik, F.I.M., & Watkins, M.J. (1973). The role of rehearsal in short-term memory. Journal of Verbal Learning and Verbal Behavior

Christianson, S. & Loftus, E.F. (1987). Memory for traumatic events. Applied Cognitive Psychology, 1, 225-239.



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